RIFLESSIONE DI TODOROV

Febbraio 20th, 2014

giovedì 20 febbraio 2014

Riflessione di T. Todorov

Notizia. Quanto segue è un paragrafo di un testo che oscilla tra esperienza personale vissuta nel Silenzio e la “società Silente” (badate bene). C’è stato un periodo di vita in cui sono “stato fesso” - volutamente cosciente - ma in silenzio e destrezza ho alzato le mie antenne in alto, studiando uomini e donne con i due sensi superiori (la vista e l’udito): ieri fanciullo e preadolescente con l’udito e, poi, con le potenzialità della percezione visiva, allontanandomi in una nicchia esistenziale tutta mia. Ciò che leggerete è solo un paragrafo di una lunga storia. «Li seppellirò col perdono».

RIFLESSIONE DI TODOROV
In altri luoghi del Picenum, dove erano emigrati gli assegnatari di Ortus, ognuno metteva radici secondo le proprie idee, ambizioni e intuizioni. E si capisce di più la maturità di un uomo nella libertà d’iniziativa, nel momento in cui gli dici sei il padrone di queste terre o cose, piuttosto di cento raccomandazioni. Perché – facendogli il sermone su questo o quello - finirà di dimenticarsene una parte e l’altra la nasconderà a se stesso per timidezza, per vergogna e per paura: e tu prima o poi lo scoprirai.La storiografia ufficiale, riferendomi agli storici di professione ogni tanto (sull’influenza dei politici del momento) ha buone ragioni per cancellare e/o riscoprire il passato. Oggi abbiamo troppe informazioni che ci giungono confuse e, pertanto, impossibilitati a governarle per i nostri bisogni. Non si fa più storia ma pettegolezzo.

La critica che scava scava va spersa o ci si apre, a seconda dei casi, ad un feeling. I fatti sono descritti in modo rapido: uno zigzag senz’anima, sebbene uno storico pregno di sentimento sia capace di scrivere un romanzo. Tuttavia Tzvetan Todorov, al quale sto pensando, più che uno storico sa essere semiologo, ma c’ azzecca quando dice che esiste un surplus d’informazione. «Il rapporto individuo-informazione si è ribaltato.

All’inizio del Novecento il problema era ottenere informazioni: viaggiare era difficile e costoso, poche persone potevano disporre di conoscenze dirette. Gli archivi erano parziali. Oggi il vero problema è come avere meno informazioni, come ‘eliminarle’.» La televisione ci porta a visitare tutti i paesi del mondo. L’isola di Pasqua e l’Antartide non sono più misteriosi e irraggiungibili. E dice sempre il nostro: «L’uomo si chiederà come ritrovare la freschezza dello sguardo, come riscoprire (…). Discorso che non vale solo per lo spazio, ma anche per il tempo: riceviamo una messe di informazioni superiore alla capacità di selezione di ogni individuo.»
Lasciamolo parlare ancora: «La dittatura cercava di utilizzare la memoria, impedendola. Oggi avviene qualcosa di diverso: si crea una sorta di saturazione dell’informazione e si devono fare i conti con la memoria del computer che è minacciosa.»
Perché?
Il saggio Todorov continua: «Il computer possiede solo informazioni stoccate.»
Proseguendo: «La memoria dovrebbe essere sempre ‘scelta a gerarchia’ e non accumulo, perciò quella del computer non merita il nome di memoria.»
Perché?
«La memoria umana elimina il novanta per cento di ciò che riceve, lo organizza, sceglie.» Continuando: «Che significato potrà mai avere la storia del nostro Paese se, schiacciando un bottone, ci sfileranno davanti agli occhi migliaia di foto, date storiche o altre cose, senza distinzione tra gli argomenti decisivi e quelli che non lo sono?»
E allora?
Ecco perché anche questa merita di chiamarsi dittatura: è di altra natura ma il risultato è identico a quello prodotto dall’assenza di ogni interpretazione. Rischiamo di diventare ciechi e ignoranti.» (1)
Renato Pigliacampo
(1) Cfr T. Todorov «La memoria ci seppellirà» in Corriere della sera del 23 aprile 1996, p. 39

INTERVISTA AL POETA MESSICANO JOSE’ ANGEL LEYVA: «ALLA FINE SI DIVENTA CIO’ CHE SI SCRIVE… »

Febbraio 9th, 2014

Informazione. Da Avvenire 4 febbraio 2014, pag. 21

Josè Angel Leyva, nato a Durango, in Messico, è considerato il maggior poeta del suo paese e del mondo ispanoamericano. Laureato in medicina a Durango, ha  subito affiancato alla professione di medico un’intensa attività letteraria. Estrapoliamo, da una  lunga intervista a Roberto Mussapi, poeta, collaboratore  di  AVVENIRE, le risposte più  significative.

Perché la poesia è necessaria?

«L’uomo è linguaggio, la poesia è linguaggio, se uno manca l’altro non esiste. La poesia nomina realtà possibili  dalla prospettiva dell’impossibilità. I nomi di ciò che deve accadere hanno luogo solo nella poesia. Senza poesia non c’è memoria del sentimento, un futuro per la ragione.»

C’è una relazione tra poesia e speranza?

«Il destino dell’uomo è la caducità, la morte. Però la poesia ci insegna forgiare quella memoria nella quale l’uomo si proietta fra i vivi, nelle nuove generazioni, per dare senso e  dignità alla propria esistenza, al suo passaggio sulla terra. La poesia è un atto d’amore totale. Questa è la sua ragione.»

La poesia può contribuire a una rinascita dell’uomo?

«La poesia è il meglio dell’uomo, ma ciò non significa che i poeti siano i migliori esseri umani. Come  affermano i poeti mistici, la poesia è un dono e non tutti coloro che lo possiedono lo meritano.»

C’è una relazione, secondo lei, fra la sfera della poesia e quella del sacro?

«Non vedo una natura religiosa nella poesia, ma una presenza di misticismo, di spiritualità. I poeti autentici sono inevitabilmente spirituali, anche se solo nel momento dell’ideazione.»

Ma interrogano l’infinito…

«Sì. Nel mio caso creare immagini piuttosto che metafore. Immagini, per esempio, che lo scienziato di astrologia, Stephen Hawking, trasmette riguardo al tempo, quando ci fa capire che una stella morta migliaia di milioni d’anni fa giunge a noi come una luce appena nata. Questa è la parte spettacolare della finitudine umana, ossia la  coscienza di qualcosa che è occorso nel passato cosmico, mentre lo spazio e il tempo che noi viviamo sono davvero una cosa insignificante. Però in questo istante luminoso che è la vita, filtra la conoscenza dell’inafferrabile, dell’inaccessibile. Per me questo è il fenomeno del sogno, dell’intrasogno. In questo senso la vita è una successione di sogni, e ogni volta che sogniamo viviamo altri universi.»

L’universo del sogno? Lei ha parlato di “nostalgia dei sogni”.

«Io sono intriso di nostalgia dei sogni. Ci sono cose che ho sognato e che ho vissuto, il sogno è anche evocazione necessaria  del passato. Ma no un mero rivolgersi al passato, no, è l’attualizzazione delle cose non appercepite: non di quelle irrimediabili, ma dei loro fantasmi.»

Ha riportato in epigrafe a un suo libro il detto di Pessoa, “Non dormo, intrasogno” (…)

«E’ vero, nel mio libro Entrusuenos inserisco giustamente un’epigrafe di Pessoa che risponde alla domanda: “Non dormo, intrasogno”. E più avanti riprendo altre sue righe allucinanti: “Spesso il sogno ha grandi funzioni di cinema”. Non c’è niente come il cinema che assomigli ai sogni, alla vita, al viaggio. Forse adesso lo sostituirà la realtà virtuale, più vicina, alla sua natura, alla simultaneità con i sogni.»

Romeo confonde il sonno di Giulietta con la morte, e si toglie la vita, mentre lei sta dormendo. Nella “£Bella addormentata nel bosco”, il cartoon di Walt Disney, il principe non crede che Aurora sia morta, anche se risulta tale, la bacia ugualmente, lei si desta: ciò che poteva essere morte, con un bacio si rivela sonno. La morte…

«La concezione della morte cambia con l’età. Da ragazzo non la senti, hai una percezione narcisista dell’assenza. Col passare gli anni comprendi il valore del tempo, necessario per studiare, lavorare, amare… Qui nasce la cognizione del tempo e, quindi, della morte, della fine del tuo tempo. Più sei attivo e creativo, più la morte è un problema. Ma nel mio caso non si è verificato soltanto questo passaggio che credo di ogni uomo: per me il rapporto con la morte è stato molto legato alla percezione che io avevo del dolore quando ero studente in medicina e poi medico, perché si trattava del dolore degli altri, non del mio dolore. A volte la morte degli altri, la loro morte esistenziale, o la morte di una parte della tua vita, diciamo psicologica, ti apre la strada, altre volte ti seppellisce intero (…). La vita e la morte esistono in un rapporto dialettico.»

SUPERARE L’IMPASSE LOTTANDO CONTRO L’IGNORANZA PER ESSERE SE STESSI!

Febbraio 3rd, 2014

lunedì 3 febbraio 2014

Nel Nuovo Testamento si parla dello «spirito muto», ovvero di “alalos”. Padre Vicenzo Di Blasio, noto studioso  sui sordi  nel periodo dell’Antichità, ci fa sapere  che la parola  greca  alalos è formata dalla “a” privativa e dal verbo laléo, (parlo), di cui sortisce  appunto «alalos» che sta ad  indicare “colui che non parla”.
Ma tutti  sanno, a meno che non siano  kofos (vuoti), che si può  comunicare senza per forza  utilizzare la loquela.  Senza  seguire i tanti studiosi  che hanno trattato la  comunicazione senza esprimersi a voce, facciamo un salto  con psicologi moderni, in primis, H. G. Furth, di formazione  statunitense, il quale  è stato il  primo a diffondere l’attenzione sull’intelligenza dei sordi, col libro  Pensiero senza  linguaggio. Implicazioni psicologiche della sordità, Armando editore,   (prima edizione in Italia 1971!), seguirono molte riedizioni e  ristampe.

Di fatto la  ricerca ci conferma che il linguaggio si sviluppa anche senza la  peculiarità del consueto canale  sonoro-acustico.. Qui  s’apre un gran dibattito. Con eccellenze  e  dispute e le relative diatribe fra filosofi del linguaggio e  linguisti puri dalla metà se secolo scorso ad oggi. Mettendo punti fermi  sulla “lingua” e  sul “linguaggio”.  Molti sordi, studiosi  della  LIS, la lingua italiani dei segni, fanno fatica – se non possiedono seri studi di base  di autori da  Chomsky a Grosjean, da Stokoe al nostro De Mauro, da  Piaget a  Sapir e tanti altri, senza  scordare   (de) Saussure col suo Corso di linguistica generale – ad approfondire, con un’attenta analisi critica e comparativa (e ovviamente  grammaticale) la lingua che si evolve e memorizza per  via del canale visuomanuale da  quella che  si fonda  sul canale  sonoro-acustico.

Oggi non si studia più, salvo rari casi di specialisti, il pensiero dei sordi.  È pur vero che  si è tentato, in questi sei lustri, dall’accoglienza (cfr legge 517/1977) dei sordi nella  scuola pubblica, di mascherare il termine «sordomuto», sino all’approvazione della legge 20 febbraio 2006, n. 95 che, giustamente, ha imposto che  fosse  abolito il vecchio  termine a favore di «sordo» in tutte le istituzioni burocratiche  che  trattassero i diritti dei sordi. Letteralmente ci fu un salto enorme (e  tante contraddizioni, cfr Renato Pigliacampo, Parole nel movimento. Psicolinguistica del sordo, Armando, 2009) dal  termine sordomuto (periodo del Congresso di Milano del 1880, guidato da Mons. Giulio Tarra, che  imponeva di «insegnare la parola con la parola»  (ma nelle  sue  scuole c’erano ancora le effigi  specificanti “Istituto per Sordomuti”  e all’attuale, come  detto “sordo”. Ma  l’evoluzione del mutamento della parola continua   facendo  supporre  che  avviene perché -  da  una  parte non si intende macchiare la famiglia dall’altra per rivalutare molte professioni allo scopo che, ad ognuno,  sia offerto uno spazio operativo e quindi occupazionale.
La  sordità  è  diventata terra promessa  come una  volta  i nostri emigranti speravano  di trovare lavoro nelle estese terre  argentine  o  in Brasile per sopravvivere alla fame.
Più che mai è urgente un settore statale, che potrebbe  essere  un ente parastatale, come  era  una volta l’ENS, perché metta fine all’ambiguità e alle disgrazie dei sordi siano adulti che in età evolutiva.
Interverremo ancora (sulle  tematiche).
Renato Pigliacampo



LA VOCE VERBALE

Novembre 23rd, 2013
Quante volte ho letto - e ascoltato nel tempo della mia infanzia e fanciullezza uditiva - la parola! Quando si pensa alla «parola» si fa riferimento, per il 99% dei casi, alla parola verbale. Ma effettivamente che cos’è? Io la considero come vestire il «segno» di sonorità. Lo costatiamo nei bambini udenti. Ci vuole quasi un anno di vita per raggiungere l’autonomia di produrre tra le 12-20 parole. Sebbene ne comprendono molte di più, l’apparato fono-articolatorio ancora non è pronto perché il piccolo possa pronunciare correttamente le parole.

È sottomesso alle tappe di sviluppo del linguaggio: dai primi vocalizzi alla lallazione, dall’unione dei fonemi-sosia al morfema e via via verso l’appropriarsi della lingua della comunità. Ciò che scrivo sono elementari informazioni psicolinguistiche che, ogni studente di scienze della formazione conosce e, per gli psicologi, una routine ripetitiva.
Per secoli i sordi(muti) sono stati sollecitati a parlare a voce, cioè a divenire «altro». Sottomessi ad un comportamento improprio, non sperimentato. Gli educatori dei sordi compivano il massimo sforzo per far sì che i propri allievi ‘emettessero’ la favella. Il processo di demutizzazione faceva sì che fosse eliminata, appunto, la mutezza. La scuola era chiamata a «dare la voce il più possibile normale»: e l’impegno si estendeva per tutto il ciclo scolastico. Talvolta gli anni, per la frequenza della stessa classe, venivano raddoppiati per dare, al docente,  il tempo necessario d’impostare l’articolazione delle parole.
Ricordiamo che l’insegnante svolgeva, ai miei tempi, la doppia funzione di riabilitatore logopedico e docente di didattica. Ma i direttori delle Scuole, o gli Ispettori fermavano l’attenzione solo sulla capacità di parlare con i codici verbali, piuttosto di indagare sull’apprendimento, sui concetti, sul pensiero. I sordi erano allenati allo psittacismo, un parlare a vuoto, nozionistico. «I gesti» e la «mimica», come erroneamente indicati, avevano l’ostracismo nelle aule scolastiche. Il metodo oralista dominava sovrano in ogni dove d’Italia. Nelle aule di molti Istituti regnava, sulla parete, lo sguardo di Mons. Giulio Tarra che, con autorità nel famosissimo Congresso  di Milano del 1880, aveva indotto i convegnisti a votare, senza indugi, la sua mozione «d’insegnamento della parola con la parola» (v. Atti… ).
I docenti venivano selezionati per la maestrìa di “come si insegna la parola”, piuttosto per le conoscenze didattiche, o dei processi percettivi. Se ci riflettiamo procedendo criticamente ci avvedremo che, i sordi, erano sottoposti al coattismo linguistico. Negli anni futuri della maturità, dopo aver studiato (e non solo letto, sic) all’Università i linguisti, approfondito i processi  di sviluppo del linguaggio, mi sono accorto che i maestri di allora (e i miei insegnanti) erano terrorizzati  al pensiero che ci lasciassero «senza favella», muti verso il nostro domani. L’ignoranza faceva sì che ci impedivano l’accesso alla naturale funzione dell’ascolto, vale a dire la nostra attitudine di sviluppare la lingua del vedere.
Molti docenti credevano che, il possesso della lingua vocale, conducesse al trascendente, al ragionamento. Schiere di pedagogisti clinici, dall’antesignano Itard (v. Il ragazzo selvaggio dell’Avayron), si scervellano sulla lingua. Ogni generazione di docenti  - cosiddetti specializzati - «inventavano» un metodo per «far parlare i sordi», «per insegnare la lingua normale (sic!) a sordi». Sempre a battere lo stesso tasto: e sempre i bambini sordi obbligati allo stress della parola. Nessuno si poneva la domanda quale realmente fosse il compito di un educatore? Io deduco che tale compito consista nel favorire la gioia di vita nel discente.
Ci volle il  francese Henry Laborit, scienziato di fama mondiale, nonno della sorda Emanuelle, autrice del libro autobiografico Il grido del gabbiano che, con  la sua eutologia, dimostrò che la vera normalità consiste nel «star bene nella propria pelle». Questo l’ho compreso quando, componente della Federazione Mondiale dei Sordi, girando il mondo notavo che nessun sordo era infelice, emarginato, viveva bene nella propria pelle purché fruisse di strutture, di personale esperto per il superamento delle barriere di comunicazione.
Bisogna fare attenzione e chiarire: non è che i sordi rifiutano la parola verbale, la vogliono apprendere - dico apprendere perché è proprio così, il procedimento di acquisizione non avviene come nel bambino udente che è «vestito dalla lingua vocale» senza sforzo, nell’interrelazione sonoroacustica con l’ambiente.
Il sordo deve impegnarsi nel processo d’apprendimento, vale a dire «imparare». È uno sforzo cognitivo complesso. Se non c’è tale capacità, la minima possibilità di parlare a voce va dispersa. Gli «oralisti» non ci riflettono. Chiedono al sordo di diventare come loro, ma lo sforzo è sempre unilaterale; al contrario,  pochissimi udenti sono in grado di entrare nella doviziosità della lingua visuomanuale.
Certo, gli interpreti di lingua dei segni sono dentro il sistema linguistico dei sordi, ma raramente nella quotidiana comunicazione, a meno che non abbiano familiari o partner sordi, la utilizzano. Molti miei compagni sprofondavano nell’abulia, nella depressione, si caricavano di rabbia quando erano bloccati proprio in quel canale tramite cui avrebbero manifestato le loro potenzialità emotive e intellettive. Non riconosciuta la lingua dei segni - se non che quando erano utilizzati  anche i codici verbali della maggioranza - i sordi finivano per essere eliminati come persone capaci di «comunicare».
La loro intenzione d’essere soggetti con la lingua dei segni, lingua che doveva essere favorita e insegnata “proprio come una lingua”, e non avveniva, annullava anche la loro volontà d’apprendere la lingua verbale. Eccoli  allora senza nessuna lingua messi in mezzo alla comunità udente: ignorati nell’invisibile disabilità.
Renato Pigliacampo. Da Itinerario di Silenzio
PER APPROFONDIRE
Pigliacampo Renato, Parole nel movimento. Psicolinguistica del sordo, Armando, Roma 2007.

LA POLITICA DEL «FARE» PER I DISABILI

Novembre 16th, 2013

Settembre 14th, 2013

Scrivevo il (03.11.2011)   In genere si parla molto di sordità e dei sordi. Ma raramente i politici lasciano ai protagonisti l’opportunità di costruire un progetto che risponda alla soluzione dei loro bisogni; col trascorrere decenni e decenni nel mondo della sordità e dei sordi rivestendo i diversi ruoli - sia come dirigente di una grande associazione sia come docente di sordi nella scuola dell’obbligo e poi didatta nei corsi di specializzazione - posso confermare che, il sordo istruito bene e colto, diventa elemento pericoloso per tutta la società. Questo avviene perché matura una dura critica verso le azioni della comunità. Pertanto l’amministratore udente teme di finire nella gogna dinanzi agli occhi del “popolo spettatore” per essere tacciato d’insensibilità quando non è in grado di rispondere ai «bisogni speciali». E’ urgente che i politici preparino, in seno al proprio partito, delegati che abbiano sensibilità e intuizione per i «differenti» o i «diversi» per rispondere fattivamente allo status dell’altro. Da Pensieri e  riflessioni sul Silenzio, in via  di stampa.

QUANDO IL RE E’ NUDO (per riflettere sulle nostre storie)

Novembre 16th, 2013

 Una  volta un sordo,  bramoso  di gloria e  di applausi, vedendo che tanti suoi amici sordi  o udenti raggiungevano prestigiose presidenze e, di fatto, sedersi su comode poltrone di comando, dedusse che non  era  poi tanto difficile. “Provo anch’io” pensò.. Chiamò pertanto una cerchia di fedeli amici che addestrò così bene che, da lì a  poco tempo, riuscì nell’intento di sedersi sulla desiderata poltrona! Tuttavia non ci volle tempo per accorgersi che non era facile  come supponeva essere presidente perché bisognava saper ben parlare e conoscere la grammatica.  «A che serve la grammatica italiana?! Io ho la  LIS, userò la  grammatica della LIS per  parlare ai politici e al popolo udente!» pronunciò con presunzione a chi gli era vicino. Chiamò pertanto accanto a sé un’interprete personale per questo specifico compito, sollecitandola a tradurre alla perfezione il suo pensiero affinché le  istanze - del suo popolo  - fossero chiare ai politici.

L’ interprete factotum si dette da  fare perché la parola del suo presidente potesse raggiungere  Deputati e  Senatori. Passa un mese, niente, passa un anno nemmeno, nessun parlamentare si faceva vivo  col presidente per accogliere le istanze dei sordi! Una mattina, molto contrariato, il capo  dei  sordi chiama la  sua assistente personale di LIS e di  lingua italiana domandandole:

«Come  mai nessun politico mi risponde?  Lei mi traduce male

La  collaboratrice si vede offesa rispondendo piccata:

«Io ho sempre tradotto e interpretato in meglio il suo peggio: e  questo pure nell’ultima traduzione, ma  mi sono stufata di riempire la sua zucca  vuota.  Ho  deciso, da  oggi in  poi, di non studiare più o di inventare passabile discorsi per lei!.»

Il presidente aveva capito che era kofos (vuoto) e, umiliato, ma finalmente sereno, comprese che ogni poltrona impone un sacrificio sia a  se  stesso che agli amici onesti e tanto più ai compari  che ti hanno aiutato,  i quali saranno poi i primi a buttarti in mare. 

 Renato Pigliacampo

> Da Storie del Silenzio

Novembre 16th, 2013

ACCETTARE O NO LA SORDITA’?

Ottobre 16th, 2013

  

Per comprendere meglio il mondo del Silenzio presento, ai miei lettori, due realtà: l’una di persona che si accetta nella sordità, l’altra la sfugge e combatte. Credo che abbiate udito o letto la parola eutonologia. Studia la scienza di «star bene nella propria pelle». Proposta dal filosofo e biologo Henri Laborit, nonno di Danielle, sorda, attrice e autrice del libro autobiografico Il grido del gabbiano.

Molti sordi dalla nascita o divenuti tali durante lo sviluppo chiedono alla società di maggioranza d’essere compiutamente nella propria pelle. Molti incontrano difficoltà in questo, anzi gli diventa impossibile. Ci sono genitori che, già nei primi mesi di vita del piccolo, decidono per l’impianto cocleare.
Ho un amico otochirurgo a cui ho chiesto quante possibilità ci sono (anno 2003) per percepire, non solo “sentire”, la parola nella completezza… Ha risposto: «Poche.»  Ciò indica che, l’imperfetto ascolto, limita la memorizzazione e, di poi, il richiamo mnemonico e la strutturazione del linguaggio sonoro-verbale. Agli impiantati (pare) venga limitata l’attività sportiva competitiva, talvolta anche ludica, attraverso la quale, molti di loro, entrano in relazione con i coetanei udenti riportandone gratificazione. Sono bambini impediti a divenire se stessi.
La sordità grave o meno grave conduce ad una complessa  struttura psicologica, ad una rielaborazione dell’Io. Ne ho parlato nelle mie ricerche sull’inconscio. Per ora mi ripeto affermando che la sordità  può essere considerata una filosofia esistenziale. Capisci gli altri da come tu sei accettato:  e trattato nella tua caratteristica di sordo. Il miracolo dell’Effata (apriti) non può sempre avvenire. Non puoi strapparti gli orecchi perché sei «sordo» negli orecchi. Ma se l’indicazione finisse qui non è un ludibrio, lo diventa quando ignoranza e pregiudizio della gente alienano mente e psiche!
C’è la persona sorda che non si accetta, non perché soffre la disabilità sensoriale, ma perché si scopre inconsiderata nella società o gruppo professionale o amicale. Ecco che il tutto si sposta nell’accettarsi  d ‘essere accettato in ciò che  si è !
Ho visto nel corso della mia attività professionale di  psicologo decine e decine di drammi: genitori in lite per accelerare l’educazione del figlio «a parlare bene». Come se l’obiettivo parlare fosse l’unica etichetta visibile per accedere alla cosiddetta normalità, da far «udire» al parentado, ai vicini di casa. Ho visto ragazzine sorde allontanate dai coetanei o giovani simili dalle rispettive madri e sospinte, letteralmente, nelle braccia dei compagni di classe udenti  «perché - essendo udenti - impareranno a parlare bene» dicevano.
Renato Pigliacampo. Dall’ Itinerario  Pensieri e  riflessioni dal Silenzio, scritto martedì 17 ottobre 2006  

LA POLITICA DEL «FARE» PER I DISABILI

Settembre 14th, 2013

Scrivevo il (03.11.2011)   In genere si parla molto di sordità e dei sordi. Ma raramente i politici lasciano ai protagonisti l’opportunità di costruire un progetto che risponda alla soluzione dei loro bisogni; col trascorrere decenni e decenni nel mondo della sordità e dei sordi rivestendo i diversi ruoli - sia come dirigente di una grande associazione sia come docente di sordi nella scuola dell’obbligo e poi didatta nei corsi di specializzazione - posso confermare che, il sordo istruito bene e colto, diventa elemento pericoloso per tutta la società.Questo avviene perché matura una dura critica verso le azioni della comunità. Pertanto l’amministratore udente teme di finire nella gogna dinanzi agli occhi del “popolo spettatore” per essere tacciato d’insensibilità quando non è in grado di rispondere ai «bisogni speciali». E’ urgente che i politici preparino, in seno al proprio partito, delegati che abbiano sensibilità e intuizione per i «differenti» o i «diversi» per rispondere fattivamente allo status dell’altro. Da Pensieri e  riflessioni sul Silenzio, in via  di stampa.

 

IL SILENZIO E I SUOI RUMORI

Settembre 13th, 2013

 

Premessa dal 29 al 31 ottobre 1991, a Comano Terme (TN), si svolse un importante convegno internazionale, al quale parteciparono diverse personalità culturali e scientiche. Ne  citiamo alcuni: Padre Ernesto Balducci (Teologo); Giorgio Celli (Entomologo, Università di Bologna);Birgil Kills Straight (Learder tradizionale Lakota Treaty Council); Reinhold Messner (Scalatore); Veniero Rizzardi (Musicologo, Università di Padova); Sergio Zavoli (Giornalista radio-televisivo). E altri relatori. Il Dr Renato Pigliacampo venne invitato al Convegno e trattò, nella Sessione Filosofica, una Relazione che fece impressione ai cinquecento presenti in sala. Gli Atti sono  stati  editi da Giorgio Mondadori, Il silenzio e i suoi rumori (a cura della Provincia Autonoma di Trento), Editoriale Giorgio Mondadori, Milano 1992.

Il Dr Renato Pigliacampo utilizza la propria voce. Per alcuni sordi e ipoacusici presenti, in sala, c’è un interprete della Lingua dei segni italiana, che traduce.

Prima d’iniziare devo dirvi che,  parlando, non ho opportunità d’ascoltarmi la voce; pertanto vi chiedo scusa, sin d’ora, se qualche parola verrà pronunciata male o vi sfuggirà. L’importante è comprenderci per intuizione  che, ciascuno di voi, possiede nella mente e nel cuore! Grazie.

 

Platone, nel dialogo Ione di una sua opera esalta un poeta di cui abbiamo scarse notizie: Tinnico di Calcide che tuttavia dobbiamo dire non scrive versi eccelsi. Fu noto per una poesia in onore di Apollo mettendosi in testa che, i poeti, sono ispirati dalle Muse, vale a dire dal dio della poesia. Talvolta dunque i veri poeti non sono coscienti del proprio canto. Sono semplici «strumenti» di comunicazione verso la condizione  degli uomini.

Ho accennato alla natura dei poeti come entità privilegiata e, in questo contesto, cercherò pertanto di dividere il mio intervento in due parti: nella prima considererò gli Aspetti del silenzio in poesia; nella seconda parte parlerò de L’ideazione poetica nel mio silenzio.

Aspetti del silenzio in poesia

Ogni poeta  reagisce alle offese fisiche o sensoriali, alle arroganze e alle umiliazioni dell’esistenza, secondo la propria indole. Il silenzio, il non rispondere all’interlocutore  o stare zitti, fa parte di uno specifico comportamento umano. Pensiamo al silenzio difensivo dello scrittore Italo Calvino, che generava imbarazzo; a quelli sdegnosi di Dante; a quelli profondi e disperati di Giacomo Leopardi; e quelli “naturali” ed ecologici di Francesco Petrarca; a quelli trascendentali e contemplativi di Giovanni Paolo II; a quelli di reazione o antitetici di Gesù sinanzi ai Giudei: è il silenzio di chi non ha più niente da dire aspettando che sia il “suo popolo” ad interpretare la realtà, cioè la situazione, che non può essere spiegata. Poi, nella Passione, ci sono le “scene” di derisione e oltraggio a Gesù, che sta sempre in  silenzio; c’è il silenzio di fronte a Pilato, che finisce per temerlo proprio al suo silenzio restandone turbato. Quando Pilato ironizza sulla discendenza  divina di Gesù e il popolino sghignazza, Egli rimane sempre in silenzio, non compie un minimo gesto. Qui parla il silenzio più elevato. La parola verbale non avrebbe altrettante efficacia perché è collegata alla carnalità. Infatti, la stessa origine di parlare è collegata ai movimenti dell’apparato fonatorio: è qui che la parola vocale ha genesi, si sviluppa, diciamo così, verso uno sviluppo fisico. Ma ricordiamoci che è sempre il silenzio che dà significato alle cose: per esempio il silenzio intellettuale, il silenzio della natura, il silenzio religioso, il silenzio politico, il silenzio degli animali, il silenzio dell’innamorato e, infine, potrei continuare per arrivare al silenzio dei poeti. Ma chi sono, ieri e oggi, i poeti del silenzio? Io sono nato e vivo Recanati, pertanto è quasi d’obbligo far riferimento al mio grande concittadino, al concetto Infinito/Silenzio di Leopardi, “prigioniero” dell’udire/non udire. Pensiamo ai giovinastri bifolchi  recanatesi che prendevano il giro il poeta gridandogli le strofe: «Gobbus esto;/ Fammi un canestro: Fammelo cupo/ Gobbo fottuto.» Canzone che di solito veniva accompagnata dal lancio di pietre. Di poi, senza irritarsi, andava all’ingresso di casa prendendo una manciata di confetti e li lanciava ai bardasciacci (ragazzacci) del luogo gridandogli: “Prendetevi questi!”. Poi, sempre zitto, si avviava verso il Monte Tabor evitando quegli sciocchi pregiudiziosio per ascoltare i “sovrumani silenzi” e la “profondissima quiete”. Leopardi spesso fa riferimento sia alla forza dei silenzi sia a quella delle parole che, come scrive Locke, sono «contrassegni sensibili delle idee». Alcuni critici hanno visto, in Leopardi, una connessione buio-silenzio e spazio-tempo, tipico dei soggetti sinestesici. Ma in Leopardi queste esperienze dapprima furono inconsce e non polisensoriali. Borges, per esempio, ci stupisce con i suoi labirinti e visioni oniriche. Così come Beethoven con la sua musica verso la conclusione della vita. C’è una definizione di Jung che mi piace ricordare nel dualismo  Buio e Silenzio, comparati alla Madre/Notte. «Se un uomo è un eroe – scrive Jung – è perché alla fin fine non si è lasciato divorare da mostro ma l’ha soggiogato, non una volta, ma mille volte.»

Leopardi era un turbinio di immagini; partendo da un modesto rumore, da un suono, svolazzavo verso un’irrefrenabile ideazione fantasmagorica. Ne L’Infinito scrive: « (…) quello/ infinito silenzio a questa voce/ vo comparando: e mi sovvien l’eterno,/». Qualche studioso ha intravisto nel silenzio Leopardiano come la dimensione più elevata della sua poesia (Valentini). Leopardi utilizza il Silenzio come un’entità di primaria ideazione poetica., e il Vento, che appare relativamente umano, finisce per favorire la comunicazione di tutta un’architettura di poesia perché «l’eterno può emergere solo come memoria interiore» (Valentini). Il silenzio leopardiano è pertanto cosmico, profetico, forse post-apocalittico.  E qui ci fermiamo! Perché questo silenzio preannuncio quello assoluto.

Io, ammiratore della poesia leopardiana, non sono in grado di abbracciare tutto questo Silenzio significante col mio «silenzio sensoriale di vita quotidiana». Ma scorgo, in Leopardi, una coscienza prigioniera di un Silenzio che nulla ha a che fare con gli orecchi. Il poeta tentava di capirne la provenienza. Naturale la ricerca di certezze. Ho fermato l’attenzione sul silenzio della poesia  leopardiana per introdurre l’argomento del mio lavoro poetico.

L’ideazione poetica nel mio silenzio

Credo sia opportuno che confessi, al fine che i presenti abbiano idea della genesi della mia poesia, di aver vissuto prima un’infanzia e la fanciullezza poi, immerso nella vita agreste delle contrade recanatesi fra valli e colline che degradano dolcemente verso il mare, dove voci idiomatiche di contadini e leggende, narrate da vergari  e vergare  nelle sere di veglia d’inverno attorno al focolare e, d’estate, scorribande lungo il litorale di Numana-Porto Recanati-Porto Potenza Picena (Potentia) hanno forgiato di indimenticabili immagini la mia vita. La mia stessa cognomizzazione, Pigliacampo, ha etimologia attinente al paesaggio lussureggiante delle mie Marche.

Ho vissuto e sperimento emozioni forti con i luoghi nativi: il territorio di Recanati (e le sue contrade) per me hanno un significato ideativo, poetico, esse mi suscitano voci nel ricordo  di quando, bambino, solevo  ascoltare  la valle  satura di caratteristici “richiami” agresti. E pure mi ricordo di zolle, appena arate, che espandevano nell’area odore di terreni, e la fienagione, e le trebbiature (…). Sì, potrei parlarvi a lungo del tempo del mio “bagno sonoro” secondo la definizione di Jean Piaget.

Permettetemi di esprimere i miei pensieri  con alcuni versi:

 

Mio tempo bambino, di sogni  e di sole

si rinnovano di allora speranze di voli;

tempo passato col pathos in cuore

ritorni con voce di madre

di buoi quieti a tirar l’aratro;

poi andasti oltre il colle L’Infinito

lungi dai miei verdi prati, e in fiore

che l’autunno sfrondava alberi

scendendo lì a poco nebbie dai monti

rivedevi vestire la contrada, ancor oggi

verrai a visitare questi silenzi di pace?

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Ma come hanno genesi questi versi senza esperienza onomatopeica? Io, per superare la “barriera di comunicazione” con i non udenti, ho appreso la lingua dei segni. Conosco questa lingua (la lingua dei segni italiana) e potrei svolgere questa relazione a segni. Questa ‘nuova lingua’ ha favorito l’ostracismo delle inutile parole, quel bla-bla che confonde chi ci ascolta o legge.  La mia ideazione poetica ha sempre origine da una sensazione o emozione visiva-cinestetica. Io vivo la mia poesia  nella gestualità della lingua dei segni senza che le poesie sperdano l’intrinseca musicabilità.

Come avviene? E’ un’esperienza interiore, ma anche memoria e, come afferma Merleau-Ponty, la memoria del corpo non è la parola parlata, ma la parola parlante che si manifesta nell’intenzione significativa allo stato nascente. L’immagine iconica diviene comunicazione/poesia nella fusione del segno/parola del verso.

Ci sono alcuni critici letterari che hanno intuito questo. Ma perché penetrino meglio la genesi questa parola/Silenzio mancano della conoscenza della lingua dei segni e, soprattutto, dell’esperienza percettiva visiva. Tuttavia, anche se avessero ciò, occorre ammettere concordando con Bergson che «la percezione non è mai un semplice contatto della mente con l’oggetto presente. E’ interamente impregnata di immagini-ricordi che la completano (…)».

Negli Stati Uniti ho conosciuto “poeti del Silenzio” che utilizzano la lingua dei segni del loro Paese per recitare le proprie poesie. Vediamo, insieme, una poesia in segni di Dorothy Miles. Ogni segno ha un profondo significato. Se noi proviamo ad eseguire questi segni, per esempio, “inverno”, “contrasti”, “nero”, “bianco”   eccetera. Abbiamo (quasi) la sensazione fisica sul corpo dell’evento. Quando noi parliamo o recitiamo fermiamo l’attenzione  quasi totalmente sull’apparato fonatorio che, nella produzione dei codici verbali, ci permette d’ascoltare. Non mi piace citarmi anche per il fatto d’essere cosciente che, leggendo, rovino i miei versi. Il mio primo volumetto si silloge aveva un titolo allusivo Dal silenzio. Autobiografico. L’adolescenza è caratterizzata dal continuo partire/ritornare dai luoghi nativi. In una poesia L’arrivo, che è rivolta al genitore scrivo: “Dirgli vorrei l’angoscia che vaga di giorno/ nella storia di una vita dispersa”. Con i fratelli, con i genitori non è presente un rapporto di tensione causato dall’handicap: sono sufficienti gli sguardi, il silenzio e le posture  per comprenderci (…). Tuttavia il mio Io è ferito nel ricordo di ieri udente. Così nella poesia Soggetto dalle colline scrivo: “Dalla chitarra vinta dal Silenzio/ l’ultima nota si propaga infelice;/ va’, messaggera, per un poeta che t’intoni.”  Rileggendo le mie poesie per questo incontro, mi sorprende costatare la ripetizione di parole quali “i miei fratelli del silenzio”, vale a dire “i non udenti”, o “il silente”.

Un altro libro Radice dei giorni  è zeppo di parole quali “silenzio” e “mare”. Nel continuo silenzioso colloquio col mare scrivo: “Un giorno ti chiamerò nella casa del silenzio/ in cui venne la mia vita/ al patrio borgo della prima età…”. C’è qualche verso riferito proprio all’handicap. Scrivo: “Ho già pagato con gli eterni silenzi/ voci di suoni in musiche/ nella tonalità di boschi rurali/ nelle magnifiche contrade/ che amo come se vi avessi sempre vissuto/ parlato scritto sperato.”. C’è anche l’amore. Scrivo: “Non so nulla del tuo silenzio/ che scava nei miei silenzi/ oltre i segni degli arcobaleni di luce/ in questo mare sereno  disteso / rincorrendo il volo del gabbiano/ negli immensi cieli”. Nell’ultimo libro Adobe, termine spagnolo indicante il mattone composto di terra autoctona, lasciato poi  essiccare al sole, il  Silenzio è diventa strumento per abbattere le “barriere”. Nella concezione poetica sta ad indicare la lenta costruzione della propria esistenza, anche partendo dalla povertà o dall’handicap, è un messaggio di speranza (…). C’è pure il ritiro, quasi scontroso, ne  “l’isola di Silenzio”,  e un verso fa pensare alla resa, alzo la voce per una società più giusta per i disabili ad un popolo ‘sordo’ con:  “Parole del mio silenzio il vento disperde”.  Ma il paesaggio marchigiano lenisce la sensorialità negata. Scrivo: “Rivedo spiagge silenziose/ un mare che non richiama/ né ridona racconti di avi”. In Adobe troviamo anche una sezione di “Figli di un dio minore” dall’omonimo libro del drammaturgo Medoff, con una lunga poesia Storia del Silenzio e del suo mare. Ci sono, infine, poesie che insistono sull’esperienza personale e dei simili nella sordità. E’ dunque un testo di rabbia perché confesso la delusione per le Istituzioni, la politica, i pregiudizi imperanti annunciando un ipotetico “suicidio poetico”.  Nella postfazione annuncio che non scriverò più in poesia perché il mio Silenzio è stato considerato su presupposti negativi (…) Qualche critico ha visto in questa confessione l’orgoglio dell’innamorato deluso che grida che non amerà più ma che, alla fine, se non amerà più in un certo modo finirà per riessere cercato dall’amore. Infatti ho deciso che ritornerò solo per me stesso.  Questo scrivere, questo dire  dal mio Silenzio non dovrà essere considerata azione presuntuosa, egotica, bensì “dono di riflessione” per chi ha la fortuna di udire.

In questo incontro volevo dirvi un po’ del mio Silenzio, del mio lavoro poetico. Non so se avete compreso e, del resto, è chiedere troppo: un poeta non lo si capisce mai! Il mio sforzo è stato farvi intuire, con la mia testimonianza di vita, che troppe persone, oggi, rincorrono rumori e confusi suoni temendo di restare soli davanti al Silenzio per ascoltare il proprio intimo. E’ errore annullare i desiderati momenti si silenzio: è il coraggio di ascoltare il silenzio che ci permetterà di interpretare, nella reale doviziosità, le parole, in modo che suoni e voci diventino compagni del nostro cammino. Forse ascoltando il Silenzio scopriremo che siamo gli unici essere viventi che, con esso, possiamo raggiungere il sublime. Il Silenzio diventa pertanto il nostro principale mezzo di comunicazione a cui tutti possiamo accedere. E in mondo frenetico di arroganti parole e assordanti rumori, il Silenzio finisce d’essere una bandiera di distinzione, di sensibilità e di cultura. Chi ama il silenzio, chi ricerca il silenzio  brama il massimo dell’esperienza percettiva e tutto se stesso tende a Conoscere. E’ un augurio che ci facciamo a vicenda nei versi che seguono.

 

SETE DI CONOSCENZA

Raggi di sole hanno acceso il suolo

solcando cuore della terra.

E io cammino sull’orlo dei solchi

col cuore crocifisso di dolori.

Tu porti stesso amaro fardello?

Sei nel solco o voli spazi siderei?

Il tempo segno di rughe il volto

divenendo simile a prati in fienagione

dove erba s’è data alle falci

per ridonare verdi steli a primavera.

 

Vieni con me

Di sera riscrivo ogni verso

Riprendo profumo di valli

Scogliere figli gabbiani

Il mondo è nostro

Quando siamo baciati di gioia.

Ma la mia felicità non arriva:

dimmi se verrà dopo morte?

Nemmeno tu sai.

Resto con la sete di sapere.

 

Renato Pigliacampo

 Il Moderatore della sezione, Piero Amighetti,  tra le altre parole di circostanza, dice:  «  (…) questo lunghissimo applauso, confessa che abbiamo colto nel profondo di questo Messaggio:  e la speranza che Renato Pigliacampo ci ha dato. Mi auguro che continui la sua attività di poeta, non solo per se stesso, ma anche per noi. Perché le sue parole ci toccano da vicino e, soprattutto, ci fanno meditare in questo mondo pieno di bla-bla.  (…) Un ringraziamento e un plauso agli organizzatori del Convegno per aver scelto Renato Pigliacampo per questa forte testimonianza.»