SUPERARE L’IMPASSE LOTTANDO CONTRO L’IGNORANZA PER ESSERE SE STESSI!

lunedì 3 febbraio 2014

Nel Nuovo Testamento si parla dello «spirito muto», ovvero di “alalos”. Padre Vicenzo Di Blasio, noto studioso  sui sordi  nel periodo dell’Antichità, ci fa sapere  che la parola  greca  alalos è formata dalla “a” privativa e dal verbo laléo, (parlo), di cui sortisce  appunto «alalos» che sta ad  indicare “colui che non parla”.
Ma tutti  sanno, a meno che non siano  kofos (vuoti), che si può  comunicare senza per forza  utilizzare la loquela.  Senza  seguire i tanti studiosi  che hanno trattato la  comunicazione senza esprimersi a voce, facciamo un salto  con psicologi moderni, in primis, H. G. Furth, di formazione  statunitense, il quale  è stato il  primo a diffondere l’attenzione sull’intelligenza dei sordi, col libro  Pensiero senza  linguaggio. Implicazioni psicologiche della sordità, Armando editore,   (prima edizione in Italia 1971!), seguirono molte riedizioni e  ristampe.

Di fatto la  ricerca ci conferma che il linguaggio si sviluppa anche senza la  peculiarità del consueto canale  sonoro-acustico.. Qui  s’apre un gran dibattito. Con eccellenze  e  dispute e le relative diatribe fra filosofi del linguaggio e  linguisti puri dalla metà se secolo scorso ad oggi. Mettendo punti fermi  sulla “lingua” e  sul “linguaggio”.  Molti sordi, studiosi  della  LIS, la lingua italiani dei segni, fanno fatica – se non possiedono seri studi di base  di autori da  Chomsky a Grosjean, da Stokoe al nostro De Mauro, da  Piaget a  Sapir e tanti altri, senza  scordare   (de) Saussure col suo Corso di linguistica generale – ad approfondire, con un’attenta analisi critica e comparativa (e ovviamente  grammaticale) la lingua che si evolve e memorizza per  via del canale visuomanuale da  quella che  si fonda  sul canale  sonoro-acustico.

Oggi non si studia più, salvo rari casi di specialisti, il pensiero dei sordi.  È pur vero che  si è tentato, in questi sei lustri, dall’accoglienza (cfr legge 517/1977) dei sordi nella  scuola pubblica, di mascherare il termine «sordomuto», sino all’approvazione della legge 20 febbraio 2006, n. 95 che, giustamente, ha imposto che  fosse  abolito il vecchio  termine a favore di «sordo» in tutte le istituzioni burocratiche  che  trattassero i diritti dei sordi. Letteralmente ci fu un salto enorme (e  tante contraddizioni, cfr Renato Pigliacampo, Parole nel movimento. Psicolinguistica del sordo, Armando, 2009) dal  termine sordomuto (periodo del Congresso di Milano del 1880, guidato da Mons. Giulio Tarra, che  imponeva di «insegnare la parola con la parola»  (ma nelle  sue  scuole c’erano ancora le effigi  specificanti “Istituto per Sordomuti”  e all’attuale, come  detto “sordo”. Ma  l’evoluzione del mutamento della parola continua   facendo  supporre  che  avviene perché -  da  una  parte non si intende macchiare la famiglia dall’altra per rivalutare molte professioni allo scopo che, ad ognuno,  sia offerto uno spazio operativo e quindi occupazionale.
La  sordità  è  diventata terra promessa  come una  volta  i nostri emigranti speravano  di trovare lavoro nelle estese terre  argentine  o  in Brasile per sopravvivere alla fame.
Più che mai è urgente un settore statale, che potrebbe  essere  un ente parastatale, come  era  una volta l’ENS, perché metta fine all’ambiguità e alle disgrazie dei sordi siano adulti che in età evolutiva.
Interverremo ancora (sulle  tematiche).
Renato Pigliacampo



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