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Per quanto io inventi…

Giovedì, Aprile 27th, 2006

Per quanto io inventi, per quanto io faccia sarà sempre al di sotto della verità, verrà sempre un momento in cui le creazioni della scienza sorpasseranno quelle dell’immaginazione (Jules Verne)

 

Nel corso della mia vita ho dedicato troppo tempo alla ricerca e poco a narrare il vissuto nella disabilità dell’udito. Ora, andato in quiescenza, pieno ancora d’energia, è bene che racconti il Silenzio. Ho disatteso le parole di Cesare Zavattini quando, a cavallo degli anni Settanta del secolo scorso, solevo andarlo a trovare insieme a mia moglie Delfina, nella sua casa romana di via Sant’Angela Merici, una traversa di via Nomentana. Lo scrittore era un anziano  frenetico, contemporaneamente faceva cento cose: parlava, scriveva, segnava, ascoltava. Allora mi aveva fatto esordire alla radio, nel famoso programma, «Chiamate 3838». Un sordo che parla alla radio era… un rischio: per me, che non potevo guidarmi la favellla e per l’ideatore della trasmissione. Eppure Cesare Zavattini mi impose per due puntate. In uno degli incontri, per il debutto radiofonico, lo scrittore della Bassa emiliana, mi disse «Tu non devi inventare niente. Scrivi di te. delle esperienze nel Silenzio». Scrissi di lì a qualche mese l’unico libro su di me, sul vissuto della sordità, che io - come vi siete accorti - rinchiudo nella parola Silenzio, con la S maiuscola. Il libro era titolato Una giornata con me. Vita di un insegnante sordo, per l’editrice Claudiana di Torino. Forse qualche collezionista della collana lo ritroverà in qualche angolo della propria biblioteca. Ebbe un buon successo. Avrei dovuto continuare a scrivere sul Silenzio, invece… Non l’ho compiuto il percorso di narratore perché la professione mi ha richiesto altri impegni, vale a dire le ricerche psicologiche, pedagogiche e linguistiche affinché fossi all’altezza, nei convegni e nei  dibattiti, d’essere pari ai professori delle Università.

   Aveva ragione il buon Cesare: raccontare l’esperienza senza piagnistei, con lucidità, avrebbe giovato di più dei trattati e saggi (…).

   Ora ho un po’ più tempo e vi racconterò l’Itinerario di questa esistenza.

   Parlo a tutti, ma soprattuto a chi lavora con i bambini sordi, ai genitori dei bambini che vivono la mia stessa condizione.

   Oh, non è facile vivere il Silenzio. E’ come se mancasse il respiro. Forse io non mi sono mai adattato. Non si riesce a volare con un’ala sola: sei stato privato di un’ala. Devi far lavorare di più gli occhi. Uno stress maggiore. Sei teso. Gli occhi devono ascoltare le parole. Devono labioleggere.

   Gli oralisti, nel  corso dei secoli, hanno fatto guerra ai gestualisti.  E’ una storia lunga che, ogni docente di sordi, conosce per filo e per segno. Credo che sia una storia che “tira” da quattrocento anni. Solo oggi, qualche oralista, si sta piegando alle riecerche comparate con i ragazzi istruiti con l’apporto della LIS (la lingua dei segni italiana) e gli altri metodi, per lo più utilizzando la vocalità, come fossero «ragazzi udenti»,  dichiara qualche docente che sa pochissimo sul Silenzio, ammettendo che sì i «sordi sono intelligenti». Come dire che, perché uno è sordo, dovrebbe essere negligente, sarebbe vuoto! Ogni volta che mi reco in una scuola dov’è inserito un alunno sordo, la docente di sostegno mi assicura sùbito due cose: l’intelligenza e la socializzazione dell’alunno. Analizzando le domande e le risposte capisco  se ho a che fare con una brava docente o no. Un docente specializzato non si preoccupa  di assicurarmi le potenzialità intellettive del sordo. Lo sa benissimo dal suo lavoro d’insegnante che il sordo ha capacità. Io sono componente del Gruppo di lavoro per l’integrazione degli handicappati del Ministero dell’istruzione. Sono anni che, nel tavolo tecnico e delle associazioni di categoria, grazie alla presenza dell’interprete di LIS, posso ribattere alle prese di posizione di certi “esperti”. I signori Esperti non hanno idea che il sordo ha gli occhi per ascoltare. Il sonoro diventa visivo. Per questo scopo il sordo chiede a tutti, prima di tutto al docente, con insistenza, di adattare le nozioni alla condizione specifica percettiva.

 E’ difficile immaginare un mondo percettivo diverso rispetto a quello che si sperimenta ogni istante. Chi ode, dalla placenta della madre, è modellato sull’ascolto. Il sistema neurale si conforma allo stimolo sonoro. Nei miei testi ho più scritto che la memoria uditiva, fondamentale per il richiamo della parola, è una mappa. I neurologi hanno individuato addirittura che la cellula nervosa si modifica nel momento in cui riceve lo stimolo sonoro. Ripeto: lascia un’impronta. Per parecchi docenti  di sostegno, la comprensione del sistema di memorizzazione e i processi neurologici del sordo sono assai complicati. Allora procedono  sul coattismo verbale. Come dire: non sono  capace di “conoscerti” secondo i tuoi bisogni, ti insegno come hanno insegnato a me. Ragazzo, labioleggimi!

  Ci sono trattati sulla lettura delle labbra, con chiarezza e diligenza, provenienti addirittura dall’antichità. Ho parlato di queste tematiche nei miei scritti di psicolinguistica (v. Lingua e linguaggio nel sordo, Armando editore, Roma 2004, 2 edizione). Labioleggere è stressante. Gli occhi devono saper ‘osservare’ i movimenti delle labbra dell’interlocutore. Però c’è una questione di fondo. Pochi genitori ed Esperti considerano che  le labbra di qualsiasi persona  non possono essere lette se chi parla articola male. Supponiamo colui che parla soffra di tic nervosi,  parli rapido, si mangia le parole, fa cantilena, od ha le labbra strette, sbilenche, asimmetriche. Suvvia come puo’ labioleggere?! Oh, quante volte mi è capitato! Più volte - per non bloccare il piacere del narrare al mio interlòocutore - gli  dicevo di aver capito, accennavo di sì e di sì, ma che non avevo compreso niente. Ricostruivo come un pazzo tutte le frasi da una parola, da un sorriso, dallo  sguardo o dalla motilità verso un oggetto, o persona. L’informazione era poco più che zero. Ma, a pensarci oggi, consideravo un grande esercizio per conoscere le persone che mi parlavano. Le studiavo nella loro motilità. Poi, nel lavoro,  questa osservazione è stata una grande ricchezza. Io capivo, nell’analisi dei pazienti, tutto il loro status psicologico: e senza fare domande. I colleghi psicologi meno. Finivano per invidiare il mio Silenzio.

A parecchie persone udenti capita di non comprendere bene quando sono in gruppo. Sono incontri sindacali, politici, professionali. Colui che non capisce raramente s’alza e palesa la condizione all’oratore. Non lo fa pe evitare una ‘confessione’ pubblica della propria limitatezza cognitiva. Perché effettivamente quando un udente non afferra si tratta quasi sempre di scarsa cultura. Così io per anni mi sono portato dietro il giogo di nascondere la condizione di disabilità uditiva per timore che, l’interlocutore, la confondesse con l’intendimento. Tanti amici sordi mi hanno confessato che preferivano soprassedere piuttosto di entrare in discussiione. Poi il tempo mi ha permesso di capire che non è una caratteristica solo dei sordi ma anche delle persone udenti, le quali hanno bisogno di un’igiene mentale, un’indicazione semiotica per interpretare correttamente le parole. Troppa gente parla a vuoto. Non si capisce.

   Nel nostro caso quando il bambino di Silenzio è a scuola, sottoposto allo stress di labiolettura, l’attenzione per accedere ai concetti è limitante. Cosa apprende? Come elaborerà i contenuti che gli sono stati presentati attraverso il canale uditivo malato, una porta chiusa?

   Ebbene non c’è madre, non c’è logopedista, non c’è docente che non dicano fieri «Capisce tutto!». Ovviamente si riferiscono alla frase, spesso dal sordo ripetuta meccamicamente. Ma il contenuto? Il significato profondo che è stato trasmesso? Pochi Esperti  si inoltrano o si confronano su questo campo. Eh, costa fatica! Ci vuole ampia cultura psicolinguistica e conoscenza dei processi d’apprendimento. Ci vuole soprattutto pazienza.

I sordi non amano stare e/o frequentare le persone ansiose quando - le stesse parlando ai sordi - si innervosiscono o si agitano. Le persone con cui gradiscono convivere, comunicare sono coloro che sanno dominare le proprie emozioni. I docenti graditi, gli interpreti di LIS o labiali, gli amici udenti più affidabili, i compagni di lavoro con i quali amano discutere sono persone «tranquille». spesso ripetitive che compiono la stessa azione o le stesse frasi senza necessità che glielo chiedi. Talvolta sono persone che se ne fregano del mondo; se c’è un terremoto si mettono sotto l’arco d’una porta e attendono tranquilli lo sciamo del sisma. A dire dei soci della nostra associazione i presidenti “più bravi” sono coloro che svolgono la routine. Raro i creativi, chi ha un’idea nuova diventa «pesante», « che barba Renato Pigliacampo», «le stesse cose bla, bla». I sordi bramano, nella comunicazione, sia scritta che segnata o parlata, la sinteticita’.

Ho una personale idea del Silenzio. Ho detto all’inizio che lo scrivo con lettera maiuscola. Perché per me è una filosofia, un modo di vivere, di essere. Ho già parlato di questo Silenzio decenni fa. In quel tempo scrivevo con la s minuscola. Ecco come lo presentavo a pagina 7 del romanzo Una giornata con me. Vita di un insegnante sordo, Claudiana editrice, Torino 1985. «Il silenzio che accompagna la mia vita non è un silenzio di prati inviolati in mute e spopolate campagne, o di notti senza rumorose  automobili per le strade, o ancora un silenzio d’isole disperse in oceani. Sembra quel silenzio, ma nella profondità dell’essenza non lo è. Ecco, sì, mi è difficile classificare - se lo facessi - il silenzio che è con me (…)». Allora valutavo il Silenzio equivalente a sordita’, uno svantaggio insuperabile, un handicap che feriva quotidianamente la mia vita. Non c’era verso che potessi esorcizzarlo. Il non poter udire assurgeva a dramma perché, al contrario di chi non ha mai udito, conoscevo l’esperienza d’ascoltare. Nel nostro Paese, che chiacchiera molto e ascolta poco, ma sente molto, non ha un referente preciso dei valori “ascoltare” e “sentire”. Si dice al sordo «Ascoltami»; al cieco «Guardami» senza riflettere un istante sulla loro realtà percettiva. Per me ascoltare ha un significato profondo di intelligibilità della parola nel contesto dell’utilizzo della stessa nella società o nel gruppo.

Di parole ci riempiamo la bocca. Mai di silenzio. I Certosini, per esempio, sono maestri di silenzio. I monasteri sono le fondamenta e le architravi del silenzio. Ho letto qualche tempo fa del regista tedesco Philip Groening che ha girato il film «Il grande silenzio» nell’interno della Grande Chartreuse. Per oltre sei mesi ha vissuto nel monastero, tra i Padri, condividendone pasti, orari di sonno, di veglia e di preghiera. Gli udenti che hanno visto il film dicono che pochissime parole accompagnano le immagini per oltre un’ora e mezza!

Forse è interessante conoscere l’opinione degli intellettuali e artisti sul silenzio. Per il filosofo Salvatore Natoli «Il silenzio non è opposto alla parola: siamo sommersi di parole che corrono, ridotte a chiacchiere e cicaleggio, il silenzio è quella sospensione dell’anima che permette di ritrovarne il senso»; per il poeta Valerio Magrelli «La mancanza di silenzio oggi è una patologia sociale»; per l’attrice Paola Pitagora «Il silenzio è un lusso, o il frutto di una ferma volontà»; per il filosofo Sergio Giovine «Il silenzio è talmente prezioso che non è solo un oggetto della ricerca, ma ne è l’origine»; per lo psicobiologo Alberto Oliverio «Luogo ideale per staccarsi dalla quotidianità e riflettere sulla natura»; per la filosofa Roberta De Monticelli « (…) i filosofi hanno in esso la fonte stessa del loro essere»; per l’attrice Pamela Villoresi «Il silenzio è una disciplina». Sono pareri che celermente ho sottratto dalla mia «officina letteraria». Non è il caso che ve ne parli ora, più in la’ forse.

Affermo che scrivo Silenzio con la maiuscola perché, per me, esso forgia la persona «del silenzio» nella propria lingua e cultura. Eh, sì, i silenti hanno la loro lingua che si sviluppa dalla percezione visiva. Qui gli Esperti vedono rosso, non rendendosi conto che i sordi elaborano processi simbolici motu proprio (sic). E’ la protolingua cinestertica. Avete capito? No, non avete compreso niente! Talvolta dovete lasciarmi esprimere nel mio linguaggio scientifico, altrimenti gli Esperti sosterranno che sono lo «psicologo dei poveri sordo(muti)». Il sordo, per segnare con correttezza, come ugualmente l’udente per parlare la lingua verbale, deve essere esposto alla stessa lingua. Se il bambino vede i movimenti li apprende dapprincipio imitandoli. Poi li utilizza per veicolarvi  le idee, le emozioni. Se non è esposto ai segni significativi li inventera’. Abbiamo allora i cosiddetti gesti convenzionali: e non va bene. Coloro che li vedono fare - perché non ne conoscono i significati - saranno costretti a «interpretarli» secondo le proprie possibilità semiotiche.

Sono dovuti passare molti anni perché imparassi a comprendere il Silenzio come ricchezza della mia disabilità sensoriale. Sono state portentose le parole del Manzoni allorché mi entrarono in testa: «Nelle cose piccole, come nelle grandi si potrebbe evitare in gran parte il corso lungo e storto (delle parole) prendendo il metodo (…) d’osservare, ascolatre, paragonare, pensare, prima di parlare.» Infine il grande Alessandro afferma sconsolato che parlare è «talmente più facile di tutte quell’altre», e finiamo per essere compatiti.

Io non voglio essere compatito. Vorrei che la mia parola più giusta sia quella rimasta nel Silenzio. Restero’ per questo fesso? Faro’ la bella statuina? Puo’ darsi.

I miei amici sordi stanno partecipando ad una festa. Ci sono nel gruppo anche udenti. Tutti scherzano e ridono. Sono a coppie miste e no. C’è musica. Che i silenti percepiscono per mezzo delle vibrazioni. D’improvviso va via la luce! I sordi si bloccano impietriti nel luogo in cui si trovano. Disagio. Ansia. Timore. Ogni coppia, ogni gruppetto di sordi smette di segnare. Tutte le relazioni, la vita sociale era fondata sul senso della vista. L’unica finestra aperta per lo scambio con l’altro sia sordo sia udente. La via è stata chiusa. Vi è chiarissimo, credo. A scuola, tutti i giorni, lo scolaro sordo si trova in questa condizione di apprendere nel buio per colpa dei soloni Esperti che pretendono che egli apprenda attraverso la finestra chiusa o malamente aperta.

Continuera’, 1 maggio.